LA PRIMA COSA BELLA
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LA PRIMA COSA BELLA

Regia Paolo Virzì Interpreti Valerio Mastandrea
Micaela Ramazzotti
Stefania Sandrelli
Claudia Pandolfi
Marco Messeri
Aurora Frasca
Giacomo Bibbiani
Giulia Burgalassi
Francesco Rapalino
Isabella Cecchi Nazione Italia Anno 2010 Durata 116'

“Sto volando: due metri sopra il cielo, anzi tre”. Paolo Virzì si gode il meritato trionfo de La prima cosa bella, accolto con entusiasmo dalla critica, ma soprattutto baciato da un caloroso successo di pubblico, nonostante l’uscita in contemporanea con la corazzata Avatar e la presenza sul mercato di altri film di richiamo. “Sinceramente – commenta il regista – né io, né i miei collaboratori, dagli sceneggiatori agli attori ai tecnici, ci aspettavamo un esito commerciale così ampio e crescente, perché l’andamento al botteghino, anziché diminuire come è fisiologico, è andato impennandosi. Eravamo tutti convinti della qualità del film, ma La prima cosa bella, per certi versi, racconta anche una storia molto dolorosa, che poteva spaventare gli spettatori”.
Ma non sarà che proprio il desiderio e il piacere di commozione sia stato e sia una delle chiavi del successo?
I motivi per cui un film conquista o non conquista il pubblico sono sempre piuttosto indecifrabili. Nel caso specifico, accompagnando l’uscita del film in varie proiezioni in giro per l’Italia, ho potuto verificare direttamente una grande partecipazione emotiva, reazioni molto intense, con grandi risate ma anche con lucciconi all’uscita dalla sala. Mi dicono che spesso, anche nelle normali proiezioni, alla fine del film nei cinema si levano applausi, cosa che accade raramente.
Nel suo tour promozionale ha potuto constatare reazioni diverse da regione a regione?
Le accoglienze più calde, davvero indimenticabili, si sono registrate, come era facilmente prevedibile, a Livorno, dove è stata organizzata la prima proiezione aperta al pubblico. Si è tenuta al cinema Quattro Mori, una grande sala da 700 posti, colma fino all’inverosimile, in un entusiasmo che mi ha letteralmente travolto. Girando molte città non ho notato grandi differenze, se non il fatto che nelle proiezioni effettuate nelle città del Nord gli uomini piangono di più. Gli spettatori maschi del Sud, invece, si controllano maggiormente, hanno un certo ritegno, un palese imbarazzo a mostrare le lacrime.
La prima cosa bella appare un film piuttosto diverso da tutto il suo cinema precedente; questa consapevolezza di diversità le era chiara già in fase di scrittura?
Non ci avevo assolutamente pensato né scrivendo il film, né successivamente a lavorazione ultimata. Anche ragionandoci ora mi pare che La prima cosa bella possa essere considerato un film diverso dai miei precedenti, nel senso che è un po’ più drammatico di altri lavori, anche se poi il mio film d’esordio, La bella vita, non era da meno. Forse l’aspetto più inconsueto del nuovo film è il sentimento che sostiene tutta la storia: un segreto desiderio di riconciliazione, che non avevo mai raccontato prima.
Qualcuno ha interpretato questo sentimento coma una sorta di autobiografica confessione: è così?
Bruno, il protagonista del mio film, è un quarantenne livornese, legato alla sua città da un rapporto di odio/amore, che compie un viaggio nella propria memoria quasi costretto. Ma, nonostante le affinità anagrafiche e geografiche, Bruno non mi rappresenta. La mia famiglia non ha vissuto nulla di ciò che sullo schermo accade alla famiglia Michelucci. Personalmente guardo con sospetto coloro che si confessano sullo schermo: detesto le confessioni, amo i racconti. Per i miei film non mi sono mai ispirato alla mia biografia. Anche a otto anni, quando tenevo un diario segreto, più che raccontare ciò che mi accadeva, inventavo. Da cineasta non ho cambiato atteggiamento.
Del resto, il racconto de La prima cosa bella ha un po’ la struttura del grande romanzo ottocentesco, pieno di avvenimenti grandiosi: segreti, scoperte, fratelli sconosciuti che si rivelano improvvisamente.
Condivido: la narrazione ha un sapore vagamente dickensiano, ma l’alternanza cronologica del racconto, con continui rimandi fra passato e presente, ritengo che sia invece un espediente molto moderno, niente affatto ottocentesco.
Al centro del suo film c’è una famiglia, come accade negli ultimi film di Verdone, Rubini, Muccino e in quelli annunciati di Ozpetek e Salvatores. Perché tutto questo interesse del cinema italiano nei confronti della famiglia?
Non so rispondere e forse una risposta non c’è proprio. Innanzitutto, mi verrebbe da dire che l’argomento famiglia è sempre stato un tema affrontato dalla commedia italiana, perché offre l’occasione per raccontare sentimenti, affetti, rivalità. Insomma, non mi pare che si tratti di una vera novità. Poi, probabilmente, la concomitanza di uscita di certi film è del tutto casuale. Infine, mi pare la cosa faccia parte di quella classica predisposizione giornalistica che tende a identificare delle precise tendenze, esagerando sempre un po’. Quante volte, ad esempio, abbiamo sentito parlare di morte e di resurrezione del cinema italiano? Se un paio di film non riescono ad incassare quanto previsto sembra che tutto il cinema italiano debba essere considerato estinto; così come sono sufficienti un paio di successi per decretare il clamoroso ritorno del pubblico alla produzione nazionale. Vedrete che anche adesso, dopo che in autunno regnava il pessimismo, grazie a Verdone, al mio film, al successo che auguro e che prevedo alle imminenti, prossime uscite, sulla stampa il cinema italiano tornerà ad essere celebrato trionfalmente.

di Franco Montini, da Vivilcinema num. 1 2010.


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