IL MERCANTE DI PIETRE
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IL MERCANTE DI PIETRE

Regia Renzo Martinelli Interpreti Harvey Keitel
F. Murray Abraham
Sebastiano Somma Nazione Italia Anno 2006 Durata 120'

Prima era un cristiano come tanti. Oggi è un terrorista come pochi. Anzi un "mutante", in gergo un uomo che individua una donna, la seduce, la condiziona, la manipola sino a farne una "colomba", uno strumento di morte inconsapevole. E, qui, la morte si porta con le bombe. Qui siamo nei paraggi di quella guerra tra Oriente e Occidente che da cinque anni ad oggi conosciamo bene e navighiamo nel limbo color piombo affollato da terroristi suicidi e cattivissimi maestri. L'uomo di cui si parla è un mercante di pietre. È un ex cristiano, convertitosi all'Islam e al terrore, che si maschera. E il regista Renzo Martinelli, ne "Il mercante di pietre", alla sua solita maniera rozzamente a tesi, partendo dall'idea-bandiera per cui "questa è una guerra che l'Occidente non difendendo i propri valori e mostrandosi debole verso l'Islam ha già perso", ci racconta l' ultima missione di questo mercante che si conclude (come è ovvio dall'inizio) con un attentato, l'esplosione di una bomba sporca arricchita con materiale radioattivo su un traghetto nel porto di Dover, con la suddetta "colomba" a bordo, colpevole soltanto di aver portato su il carico senza saperlo. Ma prima di arrivare qui, vediamo tutto senza scoprire niente. Vediamo la coppia (Jordì Mollà-Jane March), già provata dato che lui ha perso le gambe in un attentato in Somalia, di nuovo in mezzo a fuoco e fiamme; la vediamo partire, poi, per un viaggio evasivo e trovarsi, in Cappadocia, immediatamente tra le mani e le braccia di un manipolo di estremisti terroristi sotto mentite spoglie, capitanate dal solito Murray Abraham nei panni del cattivo ma pronto a immolarsi. Il mercante di pietre, che ha il volto di Harvey Keitel, entra in gioco ora, dandosi da fare tra Turchia, Roma e Torino a sedurre la donna, pronta ad essere sedotta. E, quel che è peggio, assistiamo al continuo echeggiare di proclami (" I terroristi sono tra di noi... L'Occidente non si è reso ancora conto che il peggio deve ancora venire"), al declino di infiniti luoghi comuni ovviamente sull'Islam (che, dice Martinelli, "ha nel DNA le radici della violenza e non può uscirne, mentre la nostra è la cultura della dialettica e del dubbio") nonché all'esercizio di un ostinato cattivo gusto che gratuitamente indugia sulle gambe mozzate di Mollà. "Ma per me il film affronta in modo radicale la guerra tra Islam e Occidente –replica Harvey Keitel "il marine" che giura di sentirsi "animato ancora da quello spirito" e che è a Roma per la presentazione del film che uscirà il 15 settembre in 220 copie - Per me il mio personaggio è tutti noi perché tutti noi siamo coinvolti, non possiamo pensare di non avere responsabilità, di non aver colpa delle guerre, ovunque nel mondo. Lui è una parte di noi, che non lascia spazio alla tolleranza: lui è una parte di noi che sicuramente esiste o è esistita. Lui è quello che ci spinge a pensare che un dialogo è necessario proprio per andare oltre quelle rigidità: è un personaggio cui tutti dobbiamo guardare per imparare quanto sia necessario smetterla di attaccarci l'uno l'altro, sostenere anche le argomentazioni di chi non la pensa come noi". E prende al volo l'occasione di dire, a ancora dire, Martinelli che confessa anche di girare armato: "Anche perché un mondo moderato nell'Islam non si riesce a individuarlo, forse c'è ma perché non esce mai allo scoperto? Perché non reagisce? E, d'altra parte, è dal mondo musulmano che deve venire la forza per reagire, noi occidentali non siamo in grado di fare alcunché per quel mondo, anche perché sino a qualche decennio fa abbiamo ignorato questa gente e c'è voluto Bin Laden per farci pensare a loro". La sua soluzione? "Far rispettare i nostri valori occidentali, come io li rispetto se vado nei loro paesi. Mentre l'Italia, pronta ad accogliere tutti, pagherà in futuro questa scelta, la storia presenterà il conto". E non è tutto. Il crociato Martinelli appassionatamente avverte: "Noi ci sentiamo eterni ma la storia ha dimostrato che le civiltà muoiono". Poi, infine, concede: "Ma io faccio il cineasta, non devo salvare l'Italia". Bontà sua.

Silvia Di Paola dal sito ANCCI.it.


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