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Cinema D'Azeglio d'essai: una scelta "saggia".
Match Point
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Match Point
Regia
Woody Allen
Interpreti
Matthew Goode
Scarlett Johansson Brian Cox Jonathan Rhys-Meyers Emily Mortimer Nazione Gran Bretagna / USA Anno 2005 Durata 124'
Quando si gioca a tennis può avvenire che la palla colpisca il bordo alto della rete e per qualche frazione di secondo non sappiamo se cadrà da una parte o dall'altra: è solo una questione di puro caso, di cieca fortuna. E' ciò che nella vita capita continuamente ma noi ce ne accorgiamo? O, più spesso, terrorizzati dall'idea di essere dominati dal caso, razionalizziamo, ci illudiamo, fingiamo di essere padroni di un destino che non esiste, così come non esiste una giustizia, una legge, una pena corrispondente a un delitto?
Signori ecco a voi la contemporaneità ( e non solo) secondo Woody Allen. Disperato, lucido, asciutto ma mai cinico, il più sofisticato dei comici americani lascia da parte umorismo yiddish, battute autoflagellanti e satira colta, costruisce una storia di delitto senza castigo che si fa parabola del senso della vita e ce la offre, nel suo bellissimo "Match Point", su un piatto d'argento su cui tutto è perfettamente posizionato, ordinato, incastrato: dalla prima immagine all'ultima sorpresa. Per di più riuscendo persino a far scomparire la mano di chi porta il piatto, perché mai come in questo film sarebbe difficile (non sapendolo) individuare il regista e più che mai scorgere il vecchio Woody tra le pieghe e, soprattutto, nelle scene più appassionate del film, dove il mitico pudore (sessuale m a non solo) di Allen letteralmente sparisce. Di fatto dimostrazione inconfutabile della sua genialità, dopo il non eccitante risultato dell'ultimo "Melinda e Melinda", ma lui lo ha sempre detto e lo ripete oggi, a Roma per la presentazione del film: "Non penso prima come verrà un mio film, non lo so e non ho pregiudiziali ma la sola certezza è che sto tentando di esserci (come attore) il meno possibile nei miei film perché mi sento molto più libero".
Sarà per questo che qui riesce a rendere tutto come un vortice che trascina chi guarda dal primo impatto, lo costringe ad entrare nei panni del colpevole, dell'eroe negativo, dell'arrampicatore pronto a tutto che ha il viso perfetto di Jonathan Rhys-Meyers i cui occhi tristi mettono sull'avviso da subito e che si scontra con una Scarlett Johansson, come lui naturalmente sexy e folgorante come sempre ma qui anche magnifica nei panni di un'attricetta americana senza arte né parte, amareggiata, vulnerabile, sintesi di ogni risentimento di classe che aleggia nel film. E il fine era questo, come spiega Allen: "Gli attori sono così belli, così carismatici che riescono a fare cose orrende senza farsi odiare, anzi facendosi persino comprendere".
I due, dal canto loro acconsentono. Dice la Johansson (che già sogna un futuro da regista "ma ho ancora tanto tempo a disposizione e da Allen ho imparato che mai bisogna scendere a compromessi con gli Studios ma cercare di affermare le proprie idee"): "La mia donna non è una femme fatale, non ha un disegno predeterminato, è una donna disperata che arriva a ricattare solo perché non sa più cosa ed io ho pensato da subito che avrei potuto portare sullo schermo questa disperazione". E Rhys-Meyers: "Quando ho letto questo copione ho pensato che il personaggio non poteva non piacermi perché, se così fosse stato, non avrei potuto interpretarlo in modo naturale. Ma, per far ciò, dovevo comprenderne le ragioni, non giudicarlo: dovevo provare simpatia per lui perché anche il pubblico la provasse".
Alla fine del percorso, che sembra simile a quello della storia raccontata in "Crimini e misfatti" ma lì tutto ruotava intorno al problema morale, l'idea è nitida: nella vita a contare è la fortuna, più di ogni talento, più di ogni desiderio, più di ogni determinazione. Aggiunge Allen: "Io sono sempre stato fortunato, ho avuto nella vita tutto ciò che potevo avere e mi sono sempre trovato al posto giusto nel momento giusto, soprattutto all'inizio della mia carriera, quando i critici sorvolavano molto sui miei lati negativi, ho sempre potuto fare e mie scelte, anche oggi in un momento in cui si va al cinema per vedere solo a che punto sono i progressi tecnologici, un momento in cui gli effetti sono il fine e non il mezzo e più che realizzare piccoli buoni film, si investe in pochissimi film buttando cento, duecento milioni di dollari e a quel punto rischiando moltissimo. Ma il genio mi è sempre mancato, la genialità che è qualcosa non ben comprensibile, qualcosa che magari appartiene, per fare un esempio a Cechov che riesce a coinvolgere lo spettatore senza far accadere nulla. Nel mio lavoro, invece, la genialità è proprio l'anello mancante, per questo ritengo di non aver mai fatto un capolavoro".
Così Allen, ma in quanti sono d'accordo con lui?
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