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La Terra
Regia
Sergio Rubini
Interpreti
Sergio Rubini Emilio Solfrizzi Paolo Briguglia Fabrizio Bentivoglio Claudia Gerini Massimo Venturiello
Nazione
Italia
Anno
2005
Durata
119'
Se fuggi dal tuo passato, corri veloce e non voltarti più indietro. Se lo fai, rischi di impantanarti per sempre. D'altra parte se non lo fai, se ti allontani pensando che una distanza possa supplire l' elaborazione di quello che è pur sempre un lutto, una perdita, un vuoto lasciato scoperto, ti sbagli di grosso. Quasi sempre.
Sbaglia, infatti, Luigi, professore di filosofia in quel di Milano che dalla Puglia profonda è partito tanto tempo fa, che vi torna per risolvere un rapido (pensa lui) problemuccio di ordine materiale e che, ritrovando fratelli e fratellastro, precipita in un vortice di rancori mai sopiti, di odio gratuito, di irrisolvibile incomprensioni. Sino al fondo, al sangue. E, soprattutto, finché c'è la terra, la proprietà , come dice Sergio Rubini, "la cosa che più di ogni altra divide in ogni situazione, tanto che i miei personaggi riusciranno a vivere la loro affettività e relazionarsi solo quando l'avranno perduta, quando non avranno più nulla in comune, quando l'affettività sarà lasciata fluida, staccata dalle cose di cui oggi non ne possiamo più". Non a caso questo "La terra", diretto e interpretato da Sergio Rubini, quando fu pensato dodici anni fa aveva un finale diverso che non preveda l'abbandono della terra e non a caso è una sorta di giallo, si incastona consapevolmente nel genere ma si colora di atmosfere non realistiche. Come dice Rubini: "Certo è un film che può essere considerato un film di genere ma, oltre che un giallo, cosa che vorrei che fosse considerato, è anche un film sui rapporti familiari e sulla ricerca di identità.
Meglio, su come è difficile e doloroso definire la propria identità quando si è rimosso il proprio passato, quando si pensa di non ricordare, quando non si sono fatti i conti con ciò che ci si è lasciati alle spalle. Ed è una difficoltà che io ho voluto rendere non attraverso il realismo, cosa che non mi interessa, ma attraverso una situazione metacinematografica che è quella in cui mi sono sempre sentito a mio agio".
E qui, in questa terra di confine, tra realtà e sogno, tragica "alla maniera dei greci" dice Rubini, ma vitale "perché mai i personaggi che vi si agitano sono depressi, mai cupi come spesso sono invece i tanti che affollano i salotti borghesi", una terra da cui il regista è andato via a diciotto anni e di cui oggi ammette di non sapere nulla, qui Rubini ha scelto ("ma in realtà c'era prima ancora che il film prendesse corpo") come suo alter ego ancora una volta Fabrizio Bentivoglio (come già nel precedente "L'amore ritorna", dove però il Bentivoglio attore era uno specchio più nitido), ritagliandosi per lui un ruolo brutto, sporco e cattivo. Il ruolo del sordido usuraio di paese, giusto perché, come lui dice, "amo interpretare ruoli di cattivi, mi sento libero di poter essere molto oltre me stesso, di poter avventurarmi in zone oscure che, forse, non mi appartengono, anche se all'inizio pensavo di non farcela in un ruolo del genere. Mi ha convinto Domenico Procacci".
Ma, travestimenti a parte, ciò che conta è che dal proprio passato non si scappa, perché "alla fine di tutto c'è il sangue e la memoria, il luogo della nascita che non si può cancellare, la famiglia che prima o poi ci declama, la necessità magari, tornando al Sud, di ricadere in un universo per certi tratti primitivo, mafioso".
Ma una cosa sia chiara e vuole precisarla Bentivoglio: "Fare un film è un gesto poetico, ognuno lo legge e dà i significati che vuole, questo film parla dell'oggi in cui non si riesce a dare un senso alle cose, non va troppo spiegato, girato e rigirato".
Di più. Parla, come dice un'altra interprete, Claudia Gerini, "di vitalità, di un Sud non depresso ma semmai in moto verso un'evoluzione, di luce anche nel buio e ho trovato Sergio con idee molto precise non solo sulla sceneggiatura piuttosto blindata ma anche sulla recitazione non proprio realistica degli attori". E aggiunge Emilio Solfrizzi, scherzando: "Mi ha aiutato molto Rubini. MI ha detto: "Vorrei che il personaggio fosse tragico e comico perché il comico è il sentimento del contrario, come diceva Pirandello, che non sono proprio indicazioni utili per l'attore. Ma è stata un'esperienza esaltante con Sergio sempre sotto la macchina da presa". Anche perché, come aggiunge l'altro interprete Paolo Briguglia, "lo spazio per improvvisare c'era comunque e, anzi, io all'inizio non avevo neppure la sceneggiatura, non sapevo che evoluzione avrebbe avuto il mio personaggio. Poi l'ho avuta, anche se Sergio avrebbe preferito non darmela e, forse, non aveva tutti i torti".
Meglio, su come è difficile e doloroso definire la propria identità quando si è rimosso il proprio passato, quando si pensa di non ricordare, quando non si sono fatti i conti con ciò che ci si è lasciati alle spalle. Ed è una difficoltà che io ho voluto rendere non attraverso il realismo, cosa che non mi interessa, ma attraverso una situazione metacinematografica che è quella in cui mi sono sempre sentito a mio agio".
E qui, in questa terra di confine, tra realtà e sogno, tragica "alla maniera dei greci" dice Rubini, ma vitale "perché mai i personaggi che vi si agitano sono depressi, mai cupi come spesso sono invece i tanti che affollano i salotti borghesi", una terra da cui il regista è andato via a diciotto anni e di cui oggi ammette di non sapere nulla, qui Rubini ha scelto ("ma in realtà c'era prima ancora che il film prendesse corpo") come suo alter ego ancora una volta Fabrizio Bentivoglio (come già nel precedente "L'amore ritorna", dove però il Bentivoglio attore era uno specchio più nitido), ritagliandosi per lui un ruolo brutto, sporco e cattivo. Il ruolo del sordido usuraio di paese, giusto perché, come lui dice, "amo interpretare ruoli di cattivi, mi sento libero di poter essere molto oltre me stesso, di poter avventurarmi in zone oscure che, forse, non mi appartengono, anche se all'inizio pensavo di non farcela in un ruolo del genere. Mi ha convinto Domenico Procacci".
Ma, travestimenti a parte, ciò che conta è che dal proprio passato non si scappa, perché "alla fine di tutto c'è il sangue e la memoria, il luogo della nascita che non si può cancellare, la famiglia che prima o poi ci declama, la necessità magari, tornando al Sud, di ricadere in un universo per certi tratti primitivo, mafioso".
Ma una cosa sia chiara e vuole precisarla Bentivoglio: "Fare un film è un gesto poetico, ognuno lo legge e dà i significati che vuole, questo film parla dell'oggi in cui non si riesce a dare un senso alle cose, non va troppo spiegato, girato e rigirato".
Di più. Parla, come dice un'altra interprete, Claudia Gerini, "di vitalità, di un Sud non depresso ma semmai in moto verso un'evoluzione, di luce anche nel buio e ho trovato Sergio con idee molto precise non solo sulla sceneggiatura piuttosto blindata ma anche sulla recitazione non proprio realistica degli attori". E aggiunge Emilio Solfrizzi, scherzando: "Mi ha aiutato molto Rubini. MI ha detto: "Vorrei che il personaggio fosse tragico e comico perché il comico è il sentimento del contrario, come diceva Pirandello, che non sono proprio indicazioni utili per l'attore. Ma è stata un'esperienza esaltante con Sergio sempre sotto la macchina da presa". Anche perché, come aggiunge l'altro interprete Paolo Briguglia, "lo spazio per improvvisare c'era comunque e, anzi, io all'inizio non avevo neppure la sceneggiatura, non sapevo che evoluzione avrebbe avuto il mio personaggio. Poi l'ho avuta, anche se Sergio avrebbe preferito non darmela e, forse, non aveva tutti i torti".
SILVIA DI PAOLA (ancci.it)
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