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Cinema D'Azeglio d'essai: una scelta "saggia".
INVICTUS
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INVICTUS
Regia
Clint Eastwood
Interpreti
Matt Damon
Morgan Freeman Patrick Mofokeng Tony Kgoroge Nazione USA Anno 2009 Durata 134'
Maggio 1994: Nelson Mandela
è stato appena eletto presidente del nuovo
Sudafrica. Nonostante la fine dell’apartheid, il
Paese rimane tuttavia profondamente diviso,
sia etnicamente che economicamente. Per
unificare il suo popolo, Mandela progetta un
piano ambizioso e ancor più rischioso:
convincere i connazionali ad appoggiare la
propria squadra di rugby, gli Springboks, nella
marcia di avvicinamento ai Campionati del
Mondo che il Sudafrica ospiterà l’anno
seguente. Non è una missione facile, anzi,
sulla carta pare addirittura impossibile: la
maggioranza della popolazione nera
considera ancora il rugby uno sport razzista,
associato ai bianchi e agli Afrikaner. Non a
caso, al pallone ovale preferiscono, e di gran
lunga, il calcio…
Ma contro tutti i pronostici, guidati dal
capitano François Pienaar, il 24 giugno 1995
gli Springboks affrontano gli All Blacks
neozelandesi, davanti a 62mila spettatori in
delirio all’Ellis Park Stadium di Johannesburg.
Alla fine di un match al cardiopalma, una
fotografia fisserà un momento storico non
solo dello sport, ma della vita dell’intero
Sudafrica.
“È una storia emozionante, che mi ha ispirato
molto. Non l’avevo mai fatto prima: non dico
una biografia, ma il concentrarmi su un pezzo
di vita, quella di Mandela, non ancora
accostata da nessuno. Non sono in molti a
conoscere il suo rapporto con lo sport e come
e perché utilizzò il rugby… Quel che ha fatto
testimonia la sua mente creativa, all’opera per
cercare in tutti i modi di unificare il suo Paese.
E poi, è la riprova della sua abilità nel far
succedere le cose”. Parola di Clint Eastwood,
perché quella sopra descritta non è solo la
storia di Mandela, gli Springboks e il Sudafrica
post apartheid, ma quella del suo nuovo film:
Invictus, interpretato da Morgan Freeman
nei panni di Mandela e da Matt Damon nei
calzoncini e t-shirt di Pienaar.
Del capitano coraggioso Damon diremo poi,
ma la prima parola – e, vedrete nel film, il
primo piano – spetta a Morgan Freeman, che
è stato scelto proprio da Mandela, addirittura
16 anni fa. L’attore incontra per la prima volta
Mandela nel 1992, subito dopo aver diretto il
suo esordio alla regia, Bopha. Trascorrono
due anni e il furore artistico passa al politico,
che manda alle stampe la sua autobiografia A
long walk to freedom, senza dimenticare
quell’incontro: a domanda, “Da chi si farebbe
interpretare sul grande schermo?”, risponde:
“Morgan Freeman, of course”.
Qualcuno glielo manda a dire, perché
Freeman opziona subito i diritti del libro,
ma… Ma non ce la fa, non riesce a trarne una
sceneggiatura (“è un librone, avevo iniziato a
credere davvero che fosse impossibile
ricavarne un film”) finché non confida le sue
turbe al giornalista John Carlin, che stava per
scrivere… Playing the enemy: Nelson Mandela
and the game that made a nation, poi uscito
nel 2008.
Forte del trattamento di un sudafricano,
Anthony Peckham, che firma la definitiva
sceneggiatura, è proprio il libro di Carlin (che
fornisce il soggetto di Invictus) a sbloccare
l’impasse: l’attore e il suo partner produttivo
Lori McCreary possono iniziare a pensare al
regista. Pensiero stupendo, e soprattutto
istantaneo: Clint Eastwood, che con Invictus
firma la terza collaborazione con Freeman,
dopo Unforgiven e Million dollar baby.
Che si aspettava l’attore da Eastwood,
tornato a girare in Africa vent’anni dopo
Cacciatore bianco, cuore nero? “Clint, e
basta! Andiamo sul set e lavoriamo!”, mentre
il regista rivela che la preparazione al ruolo di
Freeman non è stata molto discussa prima di
girare: “Beh, lui conosceva Mandela e io no.
Nonostante non sia un sosia perfetto,
condivide lo stesso tipo di presenza, statura e
carisma. Abbiamo solo fatto un po’ di makeup
perché la piega dei suoi occhi
assomigliasse a quella di Mandela, ed era in
pista. Da parte mia, dovevo solo seguire il
ritmo della storia”. Una frase tipica di
Eastwood, che ama paragonare il proprio
ruolo sul set al capitano di una nave: “Io mi
limito a prendere i migliori artisti e tecnici, li
metto in grado di dare il meglio di sé e mi
prendo il merito di tutto”.
Il ritmo della storia è scandito anche dalle
mischie sul campo da gioco, dove svetta
François Pienaar, interpretato da Matt
Damon. Proprio quello “svettare” è stato un
problema: un mese prima del ciak, l’attore
raggiunge il Sudafrica e scopre con
preoccupazione che “François era alto uno e
novanta, mentre io sono solo uno e
settanta… Ho parlato con Clint”, prosegue
Damon, “e gli ho chiesto cosa dovevamo fare,
perché ovviamente la sua posizione sul campo
da gioco (seconda linea difensiva, NdR)
dipende dalla sua taglia, ma mi ha rassicurato:
Risolviamo tutto con le opportune
inquadrature…”.
Così è stato, per un film non agiografico né
nei confronti di questo capitano coraggioso,
né soprattutto del Premio Nobel per la pace,
che Eastwood non ritrae come un santo, un
eroe senza macchia o l’icona perfetta: “Il
mistero, viceversa, è un altro: come è potuto
uscire da 27 anni di prigione e mostrarsi
benevolo nei confronti dei suoi aguzzini”,
afferma il regista.
E forse il segreto sta proprio nel titolo,
Invictus, ovvero invincibile, quello del
poemetto scritto nel 1875 da William Henley,
a cui era stato appena amputato un piede: “It
matters not how strait the gate / How
charged with punishments the scroll / I am
master of my fate; / I am the captain of my
soul” (Non importa quanto sia stretta la porta
/ Quanto piena di castighi la vita; / Io sono
padrone del mio destino / Io sono il capitano
della mia anima”), così si conclude. Ma per
Mandela, che vi trasse grande ispirazione, era
solo l’inizio.
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