IL PROFETA
Guida al sito  > home recensioni il profeta

IL PROFETA

Regia Jacques Audiard Interpreti Alaa Oumouzoune
Niels Arestrup
Gilles Cohen
Adel Bencherif
Tahar Rahim
Salem Kali
Niels Arestrup
Reda Kateb
Sonia Hell
Jean-Philippe Ricci Nazione Francia Anno 2009 Durata 150'

FRANCESI e americani hanno la capacità di usare il genere noir come metafora e lente di ingrandimento dei mutamenti della società in cui vivono. Il profeta del francese Jacques Audiard, vincitore del Gran Premio al Festival di Cannes 2009 e candidato a 13 premi César, è un magnifico noir contemporaneo. La metafora, in questo caso, è ambientata in un universo chiuso e tutto maschile, il carcere, che riproduce le dinamiche e le tensioni della composita società francese, ma anche – più in generale – la competizione senza esclusione di colpi del mondo capitalista per il potere. La mafia corsa che impera nel carcere non è altro che la vecchia gerarchia, destinata alla sconfitta dall’uomo nuovo: il brillante, rampante, nordafricano Malik, il “profeta”. Malik (Tahar Rahim) arriva in carcere a 19 anni, non sappiamo perché. Di lui sappiamo solo che non ha mai avuto una famiglia e che è analfabeta. L’impatto con la galera è di estrema violenza e chi comanda si premura di farlo sapere subito ai nuovi arrivati. Malik viene avvicinato dal capo della mafia corsa Luciani (Niels Arestrup) e minacciato di morte se non ucciderà per lui un detenuto nordafricano. Da quel momento Malik entra nella sfera di Luciani, mettendosi al suo servizio e cominciando ad apprendere da lui tutti i segreti della vita carceraria. Con avidità di sapere impara a leggere e scrivere il francese; preparando umilmente il caffè ai corsi, impara la loro lingua e ne desta i sospetti. Come sempre nei film di Audiard, chi ha la capacità di capire e usare più linguaggi è il personaggio vincente, l’individuo selezionato dalla specie, il profeta. Gli occhi affamati di vita di Malik ricordano quelli di Emanuelle Devos in Sulle tue labbra, il suo corpo nervoso quello di Roman Duris in Tutti i battiti del mio cuore. Con loro ha in comune un grande istinto animale e un’intelligenza superiore, la capacità di adattamento e il desiderio di rivalsa. Ma nel caso di Malik la rivalsa assume connotati quasi politici, a significare l’irresistibile ascesa al potere degli immigrati nordafricani, gli ultimi della scala sociale. La conclusione del suo percorso sarà infatti quello di mettersi a capo dei suoi connazionali per strappare il potere ai corsi. Si compirà così una vendetta edipica, necessaria al ricongiungimento con le proprie radici e con la propria “famiglia”. Di questa famiglia fa parte a pieno titolo anche la prima vittima dell’apprendistato di sangue di Malik, il cui spettro torna a turbare e poi quasi a consolare le sue notti, man mano che Malik impara a convivere – letteralmente – col senso di colpa. Le sequenze oniriche sono una breve pausa concessa all’interiorità del protagonista, prima che la durezza del carcere lo risucchi di nuovo, costringendolo a difendersi o ad aggredire, e sono anche una piccola pausa nel ritmo teso di un film di grande fascino visivo e potenza spettacolare. Nello spazio chiuso delle celle e dei cortili si dispiega una narrazione ribollente di energia compressa, che si condensa nel confronto archetipico, generazionale, sociale, razziale e linguistico fra i due protagonisti. Straordinari i due interpreti, il giovane Tahar Rahim, che esprime tutto con lo sguardo, e Niels Arestrup, feroce ed istrionico, che ha imparato la lingua corsa appositamente per il film.

di Barbara Corsi, da Vivilcinema num. 1 2010.


Scriveteci   Torna su