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Cinema D'Azeglio d'essai: una scelta "saggia".
LA GUERRA DI MARIO
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LA GUERRA DI MARIO
Regia
Antonio Capuano
Interpreti
Valeria Golino
Marco Grieco Andrea Renzi Anita Caprioli Rosaria De Ciccio Nazione Italia Anno 2005 Durata 100'
A distanza sono solo una donna, un uomo e un bambino. Insomma una famiglia possibile. Stringendo appena l’obiettivo, diventano una quasi quarantenne che sembra desiderare un figlio, un uomo che è il suo compagno e che è appena perplesso e un bambino che figlio non vuole essere. Zoomando in modo deciso, la donna è una madre ma solo per affido (perché lei un figlio suo non se la sente di averlo), l’uomo un professionista affermato che non condivide poi tanto la scelta, si lacera di gelosia ed è incline alla fuga e il bambino un piccolo disadattato strappato all’incoscienza e alle violenze della madre, cresciuto nei disagi dell’estrema periferia napoletana e ormai dentro una guerra che non può (né sa) smettere di combattere. Insomma l’immagine si sfaccetta, si sminuzza, si complica, si offusca tra madri che commettono un errore dietro l’altro perché guidate solo dal desiderio di amare, padri che sbagliano perché, al contrario, guidati solo dalla razionalità, figli che non ci sono e bambini vittime di una società impazzita.
Insomma molto più che una guerra. E proprio perciò il napoletano Antonio Capuano, nel suo "La guerra di Mario" non avrebbe neppure avuto bisogno di ricordarcelo continuamente, staccando cromaticamente, il piccolo Mario che combatte la sua guerra, reale e immaginaria, con le fughe dalla realtà che sta intorno (cui, tra l’altro, Capuano ci ha già abituato). La sua storia quotidiana era abbastanza. La sua guerra c’era già, senza bisogno delle didascaliche chiose fantasy che contrappuntano questo film generoso ma pasticciato, nato in modo folgorante ma finito in un castello di imperfezioni.
Eppure attraversato dalla bruciante avventurosità di una Valeria Golino in versione iperborghese e davvero in stato di grazia. Una mamma lontanissima dalla sanguigna e indimenticabile donna di "Respiro", piuttosto, come dice lei (che un figlio a quaranta anni non ce l’ha ma vorrebbe averlo), "una non mamma che cerca di esserlo, ma non di un figlio suo ma di un bambino che prende in affidamento e che, quando per caso arriva, la lascia sgomenta ma felice. Una mamma adottiva che cerca di volere ad ogni costo questo bambino che non capisce perché viene da una realtà troppo diversa dalla sua ma cui vuole adattarsi. Così cede ad ogni sua richiesta, cerca di avvicinarsi, di accondiscendere a quell’universo sottoproletario che non conosce e, naturalmente, sbaglia ogni passo, si avventura su un terreno minato, si butta, dà tutta se stessa e perde".
Perché? Forse perché, dice lei, "questa è una situazione in cui a contare non sono solo sentimenti ma c’è di mezzo tutto un filtro di burocrazia, legato all’affidamento e all’adozione, che altera comunque questo che già vorrebbe essere ma non è un rapporto tra una madre e un figlio, cioè una delle cose più naturali che esistono. La donna che interpreto sbaglia, si perde, ma c’è anche tutto un mondo farraginoso davanti a lei che non è sempre comprensibile". O, forse, perché, come spiega Capuano, "la storia stessa che mi ha ispirato, una storia reale di una persona reale che ho conosciuto bene, finisce col perdersi mentre qui, in fondo, la protagonista una speranza la lascia, a se stessa e a noi spettatori, la speranza di una sua maternità. Ma la storia del film è quella di una guerra di un ragazzino disadattato di cui si innamora una donna, a sua volta animata da un problematico bisogno di maternità".
Già una donna cui Mario (Marco Grieco scelto tra 1500 bambini nelle scuole di Napoli), un giorno, finisce col dire: "Tu vuoi imparare a fare la mamma, ma devi imparare ancora un sacco di cose", esemplificando in un lampo quella sensibilità rabdomantica che i bambini posseggono e che si appanna man mano che si cresce, quella dolcezza mista a dolore che Capuano ha raccontato sino ad oggi. Insieme a tutto il resto.
Mario (Marco Grieco) non è un bambino come tutti gli altri, lo si capisce subito. E sfuggevole, indomabile, con un passato vissuto in strada. Il tribunale dei minori lo ha sottratto alla famiglia naturale affidandolo temporaneamente alla coppia di conviventi, Giulia (Valeria Golino) e Sandro (Andrea Renzi) con l'intento di proteggerlo e integrarlo nella società.
Con mesi di ritardo è uscito sul grande schermo La guerra di Mario, presentato nello scorso agosto al festival di Locamo suscitando ampi consensi tra la critica: avrebbe dovuto uscire in prima visione a novembre, ma ormai abbiamo imparato a conoscere i labirinti e le traiettorie imprevedibili della distribuzione italiana. Del resto negli ultimi tempi il cinema ha prodotto interessanti lavori sul tema dei «bambini abbandonati» e sulle problematiche dell'adozione e dell'affido in genere. Basti pensare a Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (2003) di F. Du-peyron, Valentin (2003) di A. Agresti e La piccola Lola (2005) di B. Tavernier.
Il lavoro di Capuano, ambientato come tutti i suoi film a Napoli, focalizza non l'adozione (una scelta giuridica definitiva) ma l'affidamento temporaneo, cioè la possibilità legale di sottrarre un minore da una situazione famigliare difficile per affidarlo a qualche famiglia di buona volontà sotto la sorveglianza del giudice. Mentre scorrono i titoli di testa, una mano infantile traccia delle linee curve, dei ghirigori, un grumo di segni contorti e indecifrabili, mentre la voce off del piccolo protagonista, Mario (Marco Grieco), ci introduce alla sua storia a alla sua «guerra». Si tratta di un incipit importante e rivelatore della natura drammaturgica del personaggio, sulla sua natura «inafferrabile» per il mondo adulto. A zonzo per le vie di Napoli o guidando auto virtuali col video game, Mario sbanda, salta avanti e indietro, rende impossibile prevedere i suoi progetti e le sue intenzioni: lo spettatore è disorientato allo stesso modo dei suoi genitori adottivi. Giulia (Valeria Golino) docente di storia dell'arte, ce la mette tutta per entrare in sintonia con il bambino difficile, come pure il marito Sandro (Andrea Renzi) giornalista alla sede regionale della Rai, che però non regge e, rassegnato lascia Giulia da sola ad affrontare la situazione. Mario rifiuta la scuola e sembra non apprezzare le nuove comodità borghesi, respinge baci e abbracci della nuova madre e talvolta mostra di rimpiangere la madre vera, Nunzia (Rosaria Di Cicco) una prostituta che convive con un tipo losco. Mario è in guerra col mondo, attraversa il semaforo col rosso ed è a suo agio solo quando simula, in un immaginario vi-deogame, di essere il supereroe Shad Sky: le immagini allora si decolorano e divengono grigie, quasi a sottolineare un momento di verità psicologica e umana. Il bambino prova un'attrazione fatale per l'ambiente delinquenziale di periferia dove vige lo slogan: «La scuola è un brutto carcere, il carcere è una bella scuola». Giulia si scopre incinta, ma l'avvenimento non le reca alcuna gioia, la sua maternità sembra indirizzata solamente e totalmente a questo bambino difficile. Alla fine la giudice del tribunale dei minori le annuncia la fine dell'affido: Mario sarà preso in cura da un'altra famiglia. Giulia se ne va in silenzio sotto lo sguardo inespressivo di Mario che osserva un aeroplano che compie circonvoluzioni in cielo disegnando traiettorie invisibili: correlativo oggettivo della mente di Mario? Ottima la fotografia di Luca Bigazzi, frugale e disadorno lo stile che mette a dura prova la comprensione e la pazienza dello spettatore. Bravo il piccolo Marco Grieco, di alto livello l'interpretazione di Valeria Golino. Ci resta un dubbio di natura etica: possibile che la maternità biologica non faccia scattare in Giulia nessun sentimento di apertura alla vita? Che stia attaccata morbosamente solo a Mario e nemmeno al marito? La drammaturgia adottata fa a pugni con quanto ci insegna la psicologia.
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