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Il grande silenzio
Regia
Philip Gröning
Interpreti
Nazione
Germania
Anno
2005
Durata
162'
Chiamatelo miracolo, chiamatelo evento eccezionale, chiamatelo mistero inestricabile o come più vi aggrada, ma il fatto straordinario è che in Germania, suo paese d'origine, durante le feste di Natale ha battuto Harry Potter come media schermo per incassi. Parliamo di Il grande silenzio di Philip Groning, film accolto con lusinghieri apprezzamenti nei festival cinematografici in cui è stato presentato, da Venezia a Rotterdam, da Toronto ad Alba, dove l'Infinity Film Festival ha dedicato una retrospettiva al suo autore, e largamente premiato, dalla critica tedesca al Festival di Berlino fino alla giuria del Sundance, la mostra americana del cinema indipendente ideata da Robert Redford.
Un fenomeno mediatico, esploso all'improvviso, senza essere preceduto da campagne promozionali che ne alimentassero l'attesa con una ben orchestrata gran cassa pubblicitaria. Il tutto reso ancor più sorprendente dal fatto che Il grande silenzio (da non confondere con l'omonimo western di
Sergio Corbucci del 1968) è un documentario di ben 2 ore e 42 minuti, senza commento, senza dialoghi, senza interviste, senza musiche, accompagnato soltanto da qualche didascalia e dai suoni naturali, che segue la vita monastica dell'ordine certosino all'interno della Grande Chartreuse sulle Alpi francesi nei pressi di Grenoble.
La preghiera, la pioggia, il fuoco di un camino. Il suono di una campana rompe il silenzio del convento e nugoli di storni si rincorrono in un cielo gravido di nuvole nere che annunciano tempesta. Sono le prime immagini, che anticipano aspetti di vita monastica, di raccoglimento e di lavoro. Tutti all'insegna della povertà, dell'umiltà, ma anche di un'incomparabile letizia, di una quiete che esercita un effetto ipnotico e che trascina lo spettatore dentro questo mondo fermo nel tempo, sospeso in un silenzio rotto soltanto dal suono delle campane e dal canto gregoriano. Un "reality" allo stato puro, senza equivoci, senza infingimenti e senza trucchetti di alcun tipo.
La domanda che sorge più spontanea è: perché una durata oltre misura, che rischia di essere eccessiva? Perché il senso dell'eternità, restituito da un luogo di pace e di preghiera dove il tempo si è fermato, non avrebbe potuto essere espresso da un filmato con scansioni simili a quelle di uno spot pubblicitario. Ma, nonostante la lunghezza, nonostante l'argomento e lo stile severo, Il grande silenzio non annoia. Anzi, è una sorpresa continua per il rituale che scandisce la vita quotidiana dei monaci cistercensi. Molto più autentica e originale di qualsiasi Grande Fratello.
"Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare. Solo quando il linguaggio scompare, si comincia a vedere". La didascalia iniziale indica la tecnica alla quale si è affidato Philip Groning per il suo lavoro, anche questo "certosino" per la cura con cui registra i ritmi che regolano l'esistenza della Grande Chartreuse e per lo scrupolo con cui cattura con un minuzioso pedinamento di tipo zavattiniano le varie fasi che ne segnano il tempo.
Philip Groning è nato a Dusseldorf, in Germania, nel 1959. Ha vissuto molto negli Stati Uniti, ha studiato medicina e psicologia prima di dedicarsi al cinema e di iscriversi alla scuola del Munich Film. Da più di vent'anni coltivava l'idea di un film sulla Grande Chartreuse; due anni fa ha ottenuto il permesso di effettuare le riprese e ha trascorso quattro mesi all'interno del monastero, come uno dei monaci, condividendo in tutto e per tutto la loro vita, al punto che disponeva soltanto di un paio d'ore al giorno per girare le scene del documentario. Il priore generale dell'Ordine non gli ha imposto alcuna condizione, ad eccezione del fatto di non usare alcuna luce artificiale, alcuna musica aggiuntiva, alcun commento. E nessuna troupe: lui soltanto.
Che cosa può aver incantato il pubblico tedesco – e ora, speriamo, succeda altrettanto con quello di casa nostra – in un film che a prima vista ha in sé tute le prerogative per allontanare gli spettatori anziché attrarli? Probabilmente in una società dove i valori fondamentali sembrano il denaro, il successo, la bellezza stereotipata l'eterna giovinezza, l'eleganza vistosa, la popolarità distribuita a piene mani dai mass-media, Il grande silenzio ha avuto l'effetto di un antidoto, di un vaccino capace di immergere lo spettatore in un'atmosfera mistica, di raccoglimento e meditazione, e con questa di serenità, di pace interiore ritrovata. Elementi di non poco conto in un mondo turbato da stress asfissiante, preoccupazioni continue, ansia e confusione, senso di panico e depressione.
Probabilmente la rigorosa semplicità di vita della Grande Chartreuse ha sedotto e incantato il pubblico tedesco, il quale deve essersi accorto che non c'è bisogno della New Age, del buddismo o di altre filosofie orientali per spogliarsi di tutti gli orpelli del mondo e raggiungere uno stato di pace che, soltanto lo si voglia, è a portata di mano anche in casa nostra.
"Il primo impulso che mi ha spinto a realizzare questo film" ha detto Philip Groning "è stato quello di riflettere le origini arcaiche della nostra civiltà, il terreno su cui è basata la nostra cultura".
Chi mette in dubbio le radici cristiane dell'Europa, chi alza le spalle rispondendo con disinteresse o sufficienza, dovrebbe vedere questo film. Si renderebbe conto di come Europa e cristianesimo siano compenetrati l'una nell'altro e come il senso di questa identità sia vivo e vero nella sua accezione più profonda.
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Philip Groning è stato ideatore, sceneggiatore, produttore, regista, operatore, fonico e montatore del Grande silenzio. Che cosa l'ha spinto a girare un film sulla Grande Chartreuse?
"All'inizio volevo fare un film sul concetto di tempo, sulla contemplazione del tempo. Solo in seguito si è concretizzata in me l'idea di girare un documentario sulla vita di un monastero. Tra gli ordini dove è osservato il silenzio, mi è parso che quello dei Certosini sia il più interessante. I monaci vivono in piccole celle con letti di paglia, la loro stufa è una piccola scatola di latta, ma la loro vita è stabile e intensa: ogni giornata è così organizzata che difficilmente si trova tempo per se stessi. Ci sono preghiere anche la notte. La vita è quella dell'eremita, ma al centro di una grande comunità."
E come ha fatto l'idea di un film sul tempo a trasformarsi i un film sul silenzio?
"Un film si basa sul linguaggio e il linguaggio sovrasta il tempo, nel senso che quando guarda un film lo spettatore ha la percezione del tempo attraverso lo sviluppo della storia. Un film silente libera la percezione del tempo, la porta alla superficie perché il tempo non è più compresso all'interno di una storia, non è più disturbato da nulla. E questa libertà del tempo io l'ho trovata nell'esperienza in cui vivono i monaci."
Non solo il tempo, ma anche il valore del lavoro e delle cose sembra differente per i Certosini.
"I Certoisini vivono in estrema povertà, ma sono coscientemente poveri. Ad esempio, il sarto conserva ogni bottone. Quando un monaco muore i suoi bottoni sono riusati. Nulla è buttato via. Una volta gettai qualcosa e un monaco mi chiese perché l'avevo fatto. Non avevo avuto rispetto per il lavoro delle mani di qualcun altro. Perché avevo pensato che fosse qualcosa di inutile? Mi resi conto che qui non c'entra la parsimonia, ma l'attenzione. L'attenzione verso ogni cosa: gli oggetti, il tempo, se stesso, l'anima.
ENZO NATTA (ancci.it)
160 minuti di silenzio. Con qualche taglio sonoro, il tempo di una preghiera detta a bassa voce, di un salmo, di un tuono. Al cinema si può. Soprattutto se si accetta l'idea che un film su un monastero diventi quel monastero. E, se si tratta di un monastero di clausura, il resto è conseguenza.
Quando il tedesco Philip Groning lo ha pensato per la prima volta era ancora uno studente di cinema. Per farlo ci ha messo anni, più di venti, ma di crederci non ha mai smesso: di credere a ciò che il silenzio poteva raccontare. Il silenzio e il tempo scandito da una ritualità identica a se stessa da secoli. Il silenzio e la contemplazione, un esercizio di ripetizione infinita.
Al luogo è giunto dopo. E' quello in cui si può vivere la vita di eremiti ma in una grande comunità, un monastero dell'Ordine dei Certosini, una delle confraternite più rigide della Chiesa Cattolica Romana, chiuso al mondo dagli anni Sessanta e sperduto tra le Alpi francesi, verso Grenoble. E il silenzio è il filo conduttore che tesse la vita quotidiana dentro quelle mura spesse, tra un rintocco di campana e una preghiera. Oltre ogni attesa.
Gronig, per girare questo "Il grande silenzio" (presentato alla scorsa Mostra veneziana nella sezione Orizzonti e ora in arrivo sui nostri schermi che nel passato periodo natalizio in Germania ha battuto, per incassi come media schermo, nientemeno che l'ultimo capitolo della saga di Harry Potter), in questo limbo, che respira solo attraverso la fede, ci ha passato più di sei mesi "perché solo vivendo lì puoi riuscire a catturare il ritmo di questa vita": da solo, senza troupe e senza attrezzatura, solo con una macchina da presa con cui ha girato 49 minuti al giorno per un totale di 120 ore. Per girare come guardando, senza luce artificiale, senza voci fuori campo, senza commenti musicali. E dentro un silenzio avvolgente, imparando che "solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare e solo quando il linguaggio scompare si comincia a vedere".
Perché? Perché cercava qualcos'altro e ha trovato questo luogo in cui tutto è più importante delle parole. Come lui ci spiega: "All'inizio non volevo girare un film sulla vita in un monastero ma un film sull'idea del tempo. Poi ho tentato non un approccio teorico ma istintivo perché ho capito che fare un film su un monastero è fare un film sul tempo. Dunque il tempo era strumento e fine. Ma quando ho cominciato volevo solo fare un film sul silenzio, non avevo idee preconcette, per esempio non avevo pensato alla circolarità del tempo che poi è reso con le stagioni, traducendo anche il contrasto tra il tempo che nel monastero, per i monaci, si è fermato e il tempo che nella realtà fugge, come sempre".
Così il giovane regista che ha trovato un minimo di budget, un monastero che lo accogliesse (dopo aver chiesto a molti) e una vita da raccontare solo attraverso gesti e oggetti quotidiani come un mistero. Nel frattempo nel film sul monastero che era diventato film sul tempo ha trovato spazio un film sull'essere monaco "in cui vedo paralleli con la vita di artista e con la mia vita di regista. In entrambi i mondi siamo legati a concetti quali la concentrazione, la percezione, il significato dell'azione".
Dal canto loro i monaci, che hanno visto il film nella riunione settimanale (la sola in cui parlano tra loro), lo hanno trovato accurato nel ritratto e pare che abbiano riso moltissimo. Prima di scendere, di nuovo, tra i cunicoli dl silenzio.
SILVIA DI PAOLA (ancci.it)
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